Miniere di Calcaferro

 

Introduzione

L’area oggetto delle ricerche è ubicata lungo il Canale della Radice, sopra il borgo di Calcaferro. Nella valle, oltre ai resti,di rilevante interessante 
archeologico-industriale,  degli opifici per la fabbricazione della polvere nera ed esplosivi da cava, sono presenti un cospicuo numero di ingressi minerari, 
parte dei quali ancora accessibili.
Probabilmente già noti nel Medioevo, questi piccoli depositi di pirite ed ossidi di Fe furono di nuovo oggetto di lavori minerari nel periodo 1875-1883 da parte dell’ing. Blanchard, responsabile delle miniere del Bottino. Tuttavia soltanto nel 1922 la società S.A.M.A. (Società Anonima Miniere dell’Argentiera) riprende i lavori di ricerca e dal 1924 il Canale della Radice è suddiviso in tre concessioni minerarie, appartenenti a tre differenti società: ditta Fratelli Pocai, che coltivò la parte bassa del canale, dal 1925 al 1928; la S.A.M.A., che coltivò masse di pirite e magnetite dal 1922 al 1926, nella parte intermedia del canale; la S.C.I.A. (Società Concimi Industrie e Affini), poi S.T.I.A. che, dalla fine del 1924 coltivò la parte alta del canale fino al 1930 con produzione iniziale di 3000 tonnellate annue di minerale. Nel dopoguerra furono intraprese nuove coltivazioni da parte di diverse società private fino a che, nel 1960, la società E.D.E.M. iniziò ricerche per lo sfruttamento di vene di pirite e barite. I risultati non furono incoraggianti e nel 1969 ogni attività mineraria cessò.

Inquadramento geologico

La geologia del Canale della Radice si presenta molto complessa. Sul fondovalle affiora il flysch terziario della formazione dello Pseudomacigno. Al di sopra è presente una struttura isoclinale con un nucleo, fortemente laminato, di filladi e porfiroidi, fasciato in maniera discontinua da Grezzoni e Marmi. La mineralizzazione ha interessato il contatto fra lo Pseudomacigno e la struttura isoclinale descritta; essa è incassata preferenzialmente nei Grezzoni e nei Marmi del fianco inverso di questa struttura (Carmignani et al., 1976).

I lavori minerari

Il susseguirsi nel corso dei secoli delle attività estrattive ha dato luogo ad un gran numero di scavi, oggi più o meno accessibili. Provenendo dall’area dei vecchi opifici, sul lato orografico sinistro, si incontra un primo scavo completamente franato e parzialmente nascosto dalla vegetazione. Sulla sponda destra del canale si cominciano a vedere le prime gallerie, aperte soprattutto per coltivare brucioni limonitici. Proseguendo si incontra la prima galleria il cui ingresso è ben conservato. Franato dopo pochi metri, presenta ancora le tipiche armature a castello e resti del cancello in legno atto a chiudere la galleria (fig. 1, 2). Dopo aver incontrato altri scavi, tutti franati o comunque impraticabili, si raggiunge un primo breve scavo ancora accessibile. Si tratta di una piccola ricerca aperta in un brucione limonitico (fig. 3).

 

Fig. 1

Il primo scavo importante si trova più a monte (fig. 4). Con uno sviluppo di un centinaio di metri, questo scavo coltivava lenti di pirite (visibile sull’affioramento) e di magnetite; mediante una discenderia, è collegata ad una galleria che esce in corrispondenza del torrente. Particolarità di questa galleria è la presenza di berillo var. acquamarina, scheelite, arsenopirite ed aragonite.

Fig. 2

Sul lato opposto del canale è presente un’ulteriore coltivazione, anch’essa aperta nei marmi e nei grezzoni per estrarre masse di magnetite e pirite . Dopo i primi metri caratterizzati da dimensioni ridotte, si giunge ad ampi vuoti di coltivazione con ripiene atte a fungere da sostegno alle volte delle gallerie. L’interesse mineralogico è rappresentato dai significativi campioni di pirite qui raccolti.

Figg. 3-4

Più in alto nel canale, alla confluenza fra il canale del Giannino e il canale del Rosso si trova l’ultima galleria esplorata nel corso dell’escursione. Aperta nei primi metri nella Pietra del Cardoso, attraversa poi marmi e grezzoni (fig. 6). La galleria ha un buono sviluppo ma non presenta alcun interesse mineralogico. Curiose sono le formazioni stalattitiche di ossidi di Fe (fig. 7), lunghe anche oltre 20 cm. Nelle parti più profonde gli scavi hanno messo in luce piccole concentrazioni piritose.  

 Figg. 6-7  

I minerali

Sino ad oggi non esistono, in letteratura, lavori completi sui minerali delle miniere di Calcaferro. Nel 1976 Carmignani et al. studiarono il giacimento nel quadro dei loro lavori sui giacimenti a barite, pirite ed ossidi di Fe delle Alpi Apuane; nel 1993, infine, Duchi et al. pubblicarono un lavoro sul berillo delle Alpi Apuane, studiando anche i campioni di Calcaferro.

Nel corso della nostra escursione, abbiamo rinvenuto le seguenti specie:

Aragonite. Ciuffi di cristalli prismatici, incolori o bianchi, fino ad alcuni cm, su matrice limonitica. Provengono dal cappellaccio coltivato nella galleria di fig. 4. In passato sono stati raccolti in questo luogo campioni molto significativi di questo carbonato. L’aragonite è probabilmente il costituente delle concrezioni carbonatiche che rivestono sovente le gallerie scavate all’interno di formazioni carbonatiche (Grezzoni, Marmi).

Arsenopirite. Per quanto ci risulta, si tratta della prima segnalazione di arsenopirite nelle mineralizzazioni di Calcaferro. Si tratta di cristalli prismatici, striati, lunghi fino a 7-8 mm, inclusi all’interno del marmo. Anche quest’ultimo dato è molto particolare in quanto i precedenti ritrovamenti di arsenopirite nelle mineralizzazioni apuane vedevano la presenza di cristalli di arsenopirite inclusi in rocce di natura filladica, come avviene nel caso di Monte Arsiccio. Alcuni esemplari di arsenopirite sono stati infine ritrovati in vene di calcite, associati a quarzo.
Berillo var. acquamarina. Varietà azzurra del berillo, il cui colore è legato alla presenza di Fe3+, l’acquamarina compare in un’area limitata della galleria di fig. 4, in cristalli prismatici a sezione esagonale, inclusi in un carbonato (probabilmente una calcite alta in Mg, vista la lenta reazione con HCl), il quale può essere rimosso mediante acidatura. È associata a magnetite, pirite e rutilo. Le vene carbonatiche all’interno delle quali si può raccogliere questo raro minerale hanno giacitura sub-verticale e sembrerebbero essere delle vene tardive, secondo quanto già osservato da Duchi et al. (1993).

Calcite. Scalenoedri incolori, associati a dolomite ferrifera, quarzo e pirite, sono frequenti nella galleria di fig. 5. I cristalli possono raggiungere i 6-7 mm.

Calcopirite. Masserelle dorate incluse in calcite.

Carbonati di Cu. Patine verde-azzurre di carbonati di Cu sono state raccolte nella galleria di fig. 5. Derivano verosimilmente dall’alterazione della calcopirite.

Clorite. Un minerale micaceo verde, presente nella galleria di fig. 5, potrebbe essere una clorite.

Dolomite. Cristalli romboedrici, spesso selliformi, di colore giallo brunastro, sono associati a calcite, quarzo e pirite nelle vene e litoclasi della galleria di fig. 5.

Gesso. Piccoli cristallini incolori, derivanti dall’alterazione della pirite.

Goethite. Formazioni mammellonari, a volte iridescenti, di nessun interesse collezionistico, sono presenti nella galleria di fig. 3.

Magnetite. Era uno dei minerali estratti. Oltre che in masse compatte, incassate nei marmi dolomitici, questo spinello compare in minuti individui ottaedrici (fino a 0,7 mm) associati a berillo, pirite e rutilo, evidenziabili mediante acidatura.

Pirite. Oltre che in masse compatte, compare in cristalli pentagonododecaedrici o complessi. Particolarmente significativi i campioni della galleria di fig. 5, associati a calcite, dolomite e quarzo, con dimensioni anche di 15 mm.

Quarzo. Cristalli prismatici, incolori e limpidi, di dimensioni non superiori ai 5 mm, associati a calcite, dolomite e pirite.

Rutilo. Microscopici cristalli prismatici, striati, terminati, di colore nero, grandi fino a 0.5 mm. Sono evidenziabili tramite acidatura e sono associati a berillo, magnetite e pirite.

Fra i minerali è segnalata pure la scheelite, che però non abbiamo trovato nei nostri campioni.


Considerazioni

L’area necessita sicuramente di ricerche più approfondite, volte a mettere in luce la mineralogia delle sue vene. La presenza di minerali di alta temperatura quali berillo, arsenopirite e scheelite è senz’altro molto interessante e un’accurata ricerca potrebbe portare al rinvenimento di fasi molto interessanti.

Riferimenti bibliografici

CARMIGNANI L., DESSAU G., DUCHI G., 1976. I giacimenti a barite, pirite e ossidi di ferro delle Alpi Apuane. Studio minerogenetico e strutturale. Boll. Soc. Geol. Ital., 95, 1009-1061

DUCHI G., FRANZINI M., GIAMELLO M., ORLANDI P., RICCOBONO F., 1993. The iron - rich beryls of Alpi Apuane. Mineralogy, chemistry and fluid inclusion. N. Jb. Miner. Mh., 5, 193-207.

MANCINI S., 1998. Miniere in Versilia. Storia e itinerari. Petrart Edizioni, Pietrasanta

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